«L’organo è anche uno strumento da jazz», parola di Kit Downes

Strumento antico sicuramente, ma non vecchio. «Il suo suono si può miscelare con timbri di vario genere.» Parola di Kit Downes, jazzista inglese considerato tra i più promettenti della sua generazione

Un passato come organista in chiesa e amante di questo strumento crede, come molti, che sia stato confinato inutilmente solo nella musica sacra. Nel suo ultimo album Obsidian  Kit Downes suona il grande organo dell’Union Chapel di Londra datato 1877, grazie lui il grande organo a canne arriva come interprete nel jazz moderno. Fra brani tradizionali ( Black is the colour) e originali di splendido jazz (fra cui Modern Gods,duo organosax), reinterpretazioni e improvvisazioni pure, incisioni in presa diretta e sovrapposizioni di più parti ottenute suonando gli stessi spartiti in modo differente, Downes col suo cd crea, come ci dice, «un linguaggio nuovo per uno strumento dimenticato ». In un intervista ad Avvenire ha chiarito la differenza di fare musica su un organo a canne  invece che su pianoforti tradizionali o tastiere elettriche: «Che non solo si hanno a disposizione tutti i diversi suoni di un’orchestra, replicati dalle canne stesse, ma pure la sua architettura sonora: a volte suoni due note e la musica esce trenta piedi alla tua sinistra, poi la nota successiva esce trenta piedi a destra… Le dirò addirittura che se si è di mente aperta, sono gli organi lasciati andare in rovina a dare maggiori opportunità di nuovi suoni e nuove idee».

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